Cenni storici su Balangero.
Il toponimo è attestato, a partire dal 1171, attraverso le forme di “Berenario”, “Belengerium” e “Ballangerium”, derivanti dal nome personale Berengario, marchese d’Ivrea, da cui sembrano discendere i conti del luogo.
Sorta in età romana, come è provato dal ritrovamento di un’antica necropoli avvenuto nel XIX secolo, il suo insediamento venne distrutto durante le invasioni longobarde.
La ricostruzione consistette nella formazione di un nuovo nucleo di abitazioni, conosciuto nel Medioevo come “Matingo”, di cui abbiamo notizie in un documento, datato 991, in cui gli aleramici Anselmo e Ottone parlano della fondazione del monastero di San Quintino di Spigno in Monferrato e della restaurazione dell’abbazia di San Mauro in Pulcherada.
Al principio dell’XI secolo le popolazioni locali si trovarono a difendersi dalle invasioni ungare e saracene, trovando rifugio presso il priorato di San Massimo, il forte castello di Lanzo e il locale castello.
La sua notevole importanza strategica –caposaldo del Canavese, nodo di collegamento e transito dalla pianura verso le valli alpine– la rese teatro di scontro tra diverse fazioni in lotta tra loro nel corso del XIII secolo.
Da queste lotte ne uscì inizialmente vincitrice la signoria degli Acaia, che mantenne il governo locale per cinquant’anni, finché non subentrarono i Savoia, con la reggenza di Amedeo VI, il conte verde.
Il maniero subì una grave distruzione nel 1552, anno dell’invasione delle truppe francesi guidate dal De Brissac durante le guerre franco-ispaniche.
Nel 1918 iniziarono i lavori di estrazione dell’amianto della società cave di San Vittore, presso quello che è stato il più grande giacimento europeo.
Nel 1992 si è stabilita la riconversione e la bonifica della miniera.
Le vestigia del passato degne di nota sono: i ruderi del castello, situati sul Trucco, un sito sopraelevato sull’estremo lembo della giogaia che separa Balangero da Corio; la parrocchiale di San Giacomo, progettata nel 1777 da Mario Ludovico Quarini e modificata nella facciata dall’architetto Michele Buscaglione, e la cappella di San Vittore, sorta probabilmente per l’opera dei monaci benedettini di San Mauro di Pulcherada, da cui si gode uno splendido panorama sulla catena alpina e compresa nel recinto delle cave di amianto.